Perché vinceranno facile

L’ Islam potrebbe avere davvero avere facilmente ragione di noi. Sarà facile per loro prevalere, essi amano vincere facile, e perciò si accaniscono sempre sugli inermi e su chi non è in grado di difendersi. E nessuno è più indifeso di un cadavere abbandonato, e qui è pieno di inermi, inerti cadaveri in attesa degli avvoltoi che li spolperanno. e magari ci faranno pure un favore. Il fetore è ormai insopportabile. Siamo morti perché è morta la dignità, il senso del bello e dell’opportuno che distingueva la nostra civiltà, e che una volta si definiva decoro. Il comune buon senso che sosteneva la nostra convivenza è smarrito, quasi più nessuno sa quale sia il suo posto e come restarci in modo conveniente. Ciò che era in alto si è avvicinato a ciò che era in basso senza che il secondo ne traesse alcun giovamento, e nella avventata discesa ciò che era in alto si è irrimediabilmente corrotto. Maleducazione e mancanza di riguardo verso chi è più colto, più saggio, più responsabile sono considerati frutti legittimi di quella dittatura della mediocrità che va sotto il gradevole nome di democrazia, tanto cara ai disonesti, agli ignoranti e agli ipocriti. Ma altrettanto spesso chi è o dovrebbe essere più colto, saggio e responsabile e sapere cosa è la dignità si abbassa fino a sprofondare solo per sembrare democratico e non fare la figura del guastafeste. I pochi che sanno sa quale è il loro posto, cosa esso significhi e cosa fare per occuparlo convenientemente sono trattati come spostati. Tutto ciò che è illogico e innaturale, che poi è lo stesso, è oggetto di riguardo e predilezione. Il sopra è sotto, il sotto è sopra, e quindi il cadavere è fuori dalla fossa e manda fetore. Qualcuno lo seppellisca, o se credete lasciate fare agli avvoltoi. Tanto, ormai….

Quando la rota, che tu sempiterni

Desiderato, a sé mi fece atteso,

Con l’armonia che temperi e discerni,

Parvemi tanto, allor, del cielo acceso

De la fiamma del sol, che pioggia o fiume

Lago non fece mai tanto disteso.

La novità del suono e ‘l grande lume

Di lor cagion m’accesero un disio

Mai non sentito di cotanto acume.

(Par I, 73-84)