La serpe crescente e l’angelino caduto molto in basso

«E questa premessa è il cavallo di Troia per minare dalle fondamenta la nostra istituzione. Semplificando, una Fabbriceria esercita la sua funzione senza alcuna ingerenza nei servizi di culto, mentre la Deputazione ha una sua natura sui generis di carattere laico che risponde al Ministero e per quanto riguarda il culto intrattiene rapporti direttamente con il Vaticano, attraverso la Curia napoletana». Da questo punto discende una serie di considerazioni che spingono i deputati a respingere al mittente il decreto. Scomparirebbe, in particolare, il diritto al patronato, ovvero quello di nominare, dopo l’approvazione del cardinale, l’abate della Cappella e gli altri prelati, ma soprattutto, la Curia potrebbe designare, come avviene per le Fabbricerie (un’istituzione antica molto diffusa soprattutto in Toscana), un terzo dei deputati. In questo modo, in base a un decreto del 1985 che faceva piazza pulita dei cosiddetti Enti Terzi, consentendo al ministero di avocare a sé le nomine, la Deputazione sarebbe composta, presumibilmente, da otto membri laici e quattro di nomina ecclesiastica. Una porta sbarrata, sostiene Imperiali di Francavilla, per Sua Eminenza che potrebbe condizionare un consiglio non sempre unitario, ma che da tempo va avanti a maggioranza.

Quindi, grazie ad Alfano, la missione di Sepe sarebbe compiuta: addio laicità della Cappella, via questa spina nel fianco alla Curia.

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